Bullismo - prima parte

COS’E’ IL BULLISMO? CHI È IL BULLO? CHI È LA VITTIMA?

Con il termine bullismo si definisce un comportamento aggressivo ripetitivo nei confronti di una persona non in grado di difendersi.

I ruoli del bullismo sono ben definiti: da una parte c’è il bullo, colui che attua i comportamenti fisicamente e/o psicologicamente violenti e dall’altra parte la vittima, colui che invece subisce tali atteggiamenti. I criteri che permettono di definire un episodio come “bullismo” sono: l’intenzionalità del comportamento aggressivo agito, la sistematicità delle azioni aggressive fino a divenire persecutorie (non basta un singolo episodio per parlare di bullismo) e l’asimmetria di potere tra vittima e persecutore.

 

QUALI SONO LE CARATTERISTICHE TIPICHE DI UNA VITTIMA DI BULLISMO? E DI UN BULLO?

Numerose ricerche hanno studiato e analizzato il fenomeno del bullismo giovanile per cercare di identificare le caratteristiche psicologiche e di personalità che portano le persone a mettere in atto o a subire comportamenti aggressivi.

Uno dei temi più associato a quello del bullismo è l’autostima. L'autostima è un processo soggettivo che dura nel tempo e che porta la persona a valutare e apprezzare sé stesso tramite l'auto-approvazione del proprio valore personale basandosi sulle auto-percezioni e sui feedback ricevuti dall’esterno. Vediamo il ruolo dell’autostima nel fenomeno del bullismo.

La maggior parte degli studi condotti nel settore evidenziano che i bambini vittime di bullismo soffrono di scarsa autostima, hanno un’opinione negativa di sé e delle proprie competenze, non sono in grado di difendersi e tendono a vedere gli episodi negativi come permanenti e non modificabili. Queste caratteristiche di fragilità ed esposizione attirano i bulli e, i comportamenti violenti subìti, portano la vittima a mettere in dubbio il proprio valore alimentando un circolo vizioso di ansia, tristezza, rabbia e frustrazione.

Sulle caratteristiche dei bulli invece, le ricerche danno pareri discordanti. Alcuni hanno rilevato che i bulli sono tipicamente soggetti popolari nel gruppo e proprio la popolarità li porterebbe a ritenersi “superiori” ai pari, i bulli quindi metterebbero in atto i comportamenti aggressivi perché sicuri di non essere puniti e sanzionati dal gruppo. Altre ricerche invece hanno rilevato che i bulli, così come le vittime, hanno una bassa autostima e i comportamenti aggressivi sono un modo disfunzionale di attirare le attenzioni e i favori del gruppo così da ricostruire almeno in parte la propria negativa concezione di sé. Infine, altri hanno rilevato posizioni “intermedie”, in cui i bulli hanno si un’alta autostima, ma questa è in realtà inconsistente o limitata ad alcuni ambiti della propria vita. Tipicamente infatti i bulli mostrano un’alta autostima nelle relazioni interpersonali, ma una bassa autostima nell’ambito scolastico, comportamentale e, soprattutto, emotivo.

 

COSA SPINGE IL BULLO AD AGGREDIRE LA VITTIMA? QUALI CARATTERISTICHE DELLA VITTIMA ATTIRANO IL BULLO?

Spesso i bulli, dietro la loro apparente sicurezza, evidenziano dei problemi relazionali destinati a peggiorare con il trascorrere del tempo se le loro modalità relazionali non vengono modificate. Gli scambi relazionali dei bulli, secondo quanto rilevato da numerosi studi, sono caratterizzati da deficit relativi all’intelligenza emotiva. L’intelligenza emotiva è un aspetto dell’intelligenza definito come “l'abilità di percepire, valutare ed esprimere un'emozione”, è un’abilità quindi che consiste nel riconoscere e le proprie ed altrui emozioni e nel gestire e regolare le proprie emozioni per affrontare le diverse situazioni che si propongono. Attraverso questi elementi, la persona è in grado di intraprendere relazioni positive con gli altri e di favorire comportamenti socializzanti. Sviluppare competenze emotive significa favorire scambi comunicativi, capacità di problem-solving e stimolare il pensiero costruttivo. Lo sviluppo della competenza emotiva riguarda anche la regolazione delle proprie emozioni (strettamente legata anche al loro controllo) in cui l'individuo produce livelli ottimali e socialmente accettabili, di comportamento. È attraverso l'interazione con altri individui che si modella il comportamento emotivo ritenuto idoneo nei diversi contesti, ed è la socializzazione che stabilisce le norme entro le quali le emozioni si devono manifestare per essere considerate appropriate.  

Dalle ricerche emerge che i bulli sono meno capaci a riconoscere le espressioni emotive degli altri, problematica che spiega la tendenza a rispondere in modo aggressivo anche a comportamenti neutri o persino positivi mostrati dalle altre persone. Anche la capacità di riconoscere le proprie emozioni è scarsa, motivo per cui le reazioni emotive istintive prendono il sopravvento su ogni alternativa ragionata. Una delle principali caratteristiche relazionali delle vittime è la mancanza di assertività, cioè della capacità di esprimere sé stessi, senza essere passivi o aggressivi, aspetto che in senso opposto manca anche ai bulli. Come abbiamo visto, le vittime sono spesso soggetti insicuri, con bassa autostima, che reagiscono con comportamenti di chiusura, timidezza e isolamento se attaccati. Queste caratteristiche segnalano agli altri l’incapacità o difficoltà di reagire di fronte ai soprusi.

Gli studi longitudinali, rivelano che chi rimane a lungo nel ruolo di prepotente corre più rischi dei pari età di entrare in quella escalation di violenza che va da piccoli episodi di vandalismo, furti, piccola criminalità, fino a incorrere in problemi seri con la legge, queste persone inoltre hanno più probabilità di sviluppare psicopatologie.

Per contro, chi rimane a lungo nel ruolo di vittima rischia di entrare in una spirale di negatività con livelli di autostima sempre più bassi (“non valgo nulla”, “non sono capace di far nulla”, “gli altri ce l’hanno tutti con me”), forme di depressione che possono aggravarsi sempre di più, fino ad episodi di autolesionismo con conseguenze anche estreme.

 

COSA FARE?

Come abbiamo visto, i deficit a livello dell’intelligenza emotiva sono considerati la principale causa scatenante dei comportamenti aggressivi. Cosa si può fare per sviluppare questo tipo di intelligenza e prevenire la comparsa di queste problematiche? Le competenze emotive si possono allenare ed è un esercizio che abbiamo bisogno di fare continuamente anche perché nella nostra società, sempre più orientata verso le relazioni virtuali, stare in una relazione autentica è sempre più raro.

I primi allenatori dell’intelligenza emotiva sono i genitori. Quando è stata l’ultima volta che ti sei seduto con tuo figlio e, guardandolo negli occhi, gli hai chiesto: “come stai?”, “come ti senti”? Quando è stata l’ultima volta che hai condiviso con lui un ragionamento o un confronto su un tema di attualità? Ti è mai capitato di piangere davanti a tuo figlio? Quando è stata l’ultima volta che tuo figlio ti ha mostrato le sue emozioni? Allenare le competenze emotive vuol dire esprimere, parlare e confrontarsi sulle proprie emozioni e sui propri vissuti con le nostre persone di riferimento.

Lo sviluppo delle competenze emotive non previene solo i comportamenti aggressivi ma serve anche a sviluppare un tipo di intelligenza molto rilevante nella propria valutazione complessiva di sé, e un’autostima solida e ben fondata aiuta le vittime a reagire in modo costruttivo e disarmante nei confronti del bullo. Serve quindi tanto al potenziale bullo quanto alla potenziale vittima.

Anche la scuola ha un ruolo importante nel creare le condizioni in cui i fenomeni di bullismo trovano terreno fertile: un contesto scolastico negativo nel quale la competitività è molto elevata e le regole non sono chiare, stimola i disturbi e l’aggressività degli allievi. L’insuccesso scolastico è uno dei fattori più frequentemente individuati fra quelli che generano disturbi della condotta e associazione con coetanei “negativi”. Allo stesso tempo, considerato quanto tempo i ragazzi investono nella scuola, questa è una risorsa fondamentale nel combattere e prevenire questi fenomeni: l’attaccamento alla propria scuola e l’impegno verso di essa risultano essere fattori protettivi rispetto ai comportamenti devianti e la delinquenza.

Un intervento psicologico può supportare i genitori nel loro compito di sviluppo rispetto a questi aspetti dell’emotività, può aiutare il “bullo” a mettere in atto esercizi e comportamenti alternativi a quelli disfunzionali e negativi messi in atto fino a quel momento e può servire alle “vittime” per ritrovare sicurezza nei propri mezzi e sviluppare le risorse per far fronte agli episodi di bullismo.

 

Bibliografia

Serino, C., Antonacci, A. (2013). Psicologia sociale del bullismo. Roma, Italia. Carocci Editore.

Goleman, D. (1995). Emotional Intelligence. New York, USA. Bantam Books.

Loeber, R., Hay, D. (1997). Key issues in the development of aggression and violence from childhood to early adulthood. Annual Review of Psychology, 48, 371-410.

 

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